Confindustria e Marchionne: silenzio
A sfogliare il Sole 24 Ore, da qualche giorno a questa parte, viene da pensare che in Confindustria non si senta il bisogno di prendere posizione sull’ultimo capitolo della “saga Marchionne”. Alla quale, sia detto per inciso, sono legati i destini di Fiat, ma più in generale il futuro manifatturiero e il destino delle relazioni industriali dell’Italia. Il quotidiano edito da Viale dell’Astronomia, dopo le precisazioni di giovedì scorso di Fiat sul piano Fabbrica Italia ormai datato, ha riportato la notizia, ma non ha mai impegnato le sue autorevoli firme su un’esplicita presa di posizione, magari sotto forma di editoriale.
7 AGO 20

A sfogliare il Sole 24 Ore, da qualche giorno a questa parte, viene da pensare che in Confindustria non si senta il bisogno di prendere posizione sull’ultimo capitolo della “saga Marchionne”. Alla quale, sia detto per inciso, sono legati i destini di Fiat, ma più in generale il futuro manifatturiero e il destino delle relazioni industriali dell’Italia. Il quotidiano edito da Viale dell’Astronomia, dopo le precisazioni di giovedì scorso di Fiat sul piano Fabbrica Italia ormai datato, ha riportato la notizia, ma non ha mai impegnato le sue autorevoli firme su un’esplicita presa di posizione, magari sotto forma di editoriale. Così, mentre tutta la concorrenza di carta si schierava pro o contro le parole del manager italo-canadese – chi improvvisandosi esperto del settore automotive, chi provando a denunciare il grumo del consociativismo italiano – il Sole 24 Ore ha dedicato i suoi editoriali in prima pagina a “doveri della politica verso i cittadini” (ieri), all’“esame finale per il progetto europeista” (due giorni fa), alla “lotta al contante” (lunedì), eccetera. L’unico riferimento a Fiat era contenuto, venerdì scorso, nell’editoriale di Guido Gentili, dove si parlava di “notizia prevedibile, ma non per questo meno forte”. E basta.
Che la nostra non sia soltanto una fissazione da lettori incalliti del buon giornale diretto da Roberto Napoletano lo dimostra anche la risposta che il presidente degli industriali, Giorgio Squinzi, ha dato lunedì a chi gli chiedeva se avrebbe incontrato Marchionne: “Non è previsto. Personalmente non ho mai avuto la possibilità di conoscerlo. Se capiterà lo incontrerò volentieri”. Il che la dice lunga sulla distanza che ormai separa l’ad del Lingotto dagli industriali organizzati. Certo dal 2011 Fiat ha scelto di abbandonare Confindustria, smettendo di pagare la quota associativa e perdendo l’annesso diritto a vedersi rappresentata. Il punto, però, è che Marchionne uscì dall’organizzazione dicendo che se si volevano fare patti per la produttività bisognava starne fuori. Confindustria infatti, dopo una solitaria battaglia vinta dal Lingotto e dalla maggioranza dei suoi dipendenti per avere contratti aziendali seri, e dopo che il governo Berlusconi aveva fornito strumenti legislativi per liberalizzare il mercato del lavoro senza traumi, decise assieme alla triplice sindacale di anestetizzare il tutto con l’accordo concertativo del 21 settembre (che subordinava ogni decisione, dalla flessibilità organizzativa ai licenziamenti economici, al consenso delle parti sociali). Due anni dopo di Marchionne si può dire di tutto, ma è certo che Confindustria recita ancora nella parte più anacronistica del rifiuto del capitalismo globalizzato quanto all’assetto da dare all’economia e alla società italiana. Dopo due anni, sotto la minaccia di Lady Spread e di un’Europa sempre più guardinga, siamo a discutere con un governo tecnico che, entro tre settimane, esige un’intesa tra le parti sociali su produttività e competitività. La speranza è che oggi, dimenticata la photo opportunity consociativa in stile Marcegaglia-Camusso, Confindustria smetta di godere in silenzio per le critiche a Marchionne e si decida ad assumere una responsabilità chiara e riformatrice.